Inventario informatizzato dei beni culturali ecclesiastici
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Reggio Calabria, 18 giugno 2008

Forme di valorizzazione pastorale e culturale dell'inventario informatizzato dei beni culturali mobili della diocesi

mons. Giancarlo Santi, Presidente Associazione Musei Ecclesiastici Italiani

(Intervento tenuto in occasione della Consegna dell'Inventario CEI-OA dell'Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova ai Parroci e alla Soprintendenza BSAE della Calabria)


Giancarlo_Santi
L'attività di inventariazione informatizzata dei beni culturali mobili presenti nelle chiese dell'Arcidiocesi di Reggio Calabria è conclusa, almeno per quanto riguarda la prima e fondamentale fase di ricognizione e documentazione complessiva del patrimonio culturale appartenente alle 137 parrocchie della diocesi.
Responsabilmente ora ci si domanda come utilizzare nel modo migliore in ambito pastorale il risultato di questo basilare lavoro di conoscenza e documentazione del patrimonio culturale ecclesiastico.
a) Prima di entrare in argomento ritengo utile fermarmi per riflettere su due punti: gli aspetti più significativi del lavoro svolto; l'entità e la varietà dei frutti di tale impegnativo lavoro.
Il lavoro svolto, l'inventario informatizzato, intendeva essere una completa recensione del patrimonio culturale esistente, senza limitazioni cronologiche. Si intendeva dare vita a un inventario non selettivo ma "a tappeto". L'obiettivo era assai alto e impegnativo; il solo fatto di averlo tentato costituisce un merito che oserei definire storico. Non risulta che in passato si sia mai puntato tanto in alto.
Si è realizzato un "inventario", perché lo richiede la normativa canonica (can. 1283,2). Il "catalogo" dei beni culturali, invece, è di stretta competenza del Ministero per i beni e le attività culturali (art. 17 del Codice dei beni culturali e del paesaggio). L'inventario ecclesiastico è stato progettato in collaborazione con l'ICCD del Ministero per i beni e le attività culturali in modo che possa essere utilizzato per la realizzazione del catalogo statale. Perciò l'attività di inventariazione ecclesiastica è stata realizzata in sintonia con l'attività di catalogazione realizzata dal Ministero e intende , per quanto possibile, collaborare a completarla. Anche in materia di catalogazione dei beni culturali, infatti, la CEI e il Ministero intendono collaborare (vedi a tale proposito l'Intesa tra il Ministero per i beni e le attività culturali e la CEI 26 gennaio 2005, articolo 2, numero 3 e la Convenzione tra l'ICCD e la CEI 20 luglio 2002).
Si è puntato così in alto perché la riflessione complessiva sui beni culturali che si è sviluppata in Italia negli ultimi decenni ci ha convinti che il patrimonio culturale è un tutto che si salva o si perde tutto insieme, senza limitazioni qualitative, tipologiche o cronologiche. Inoltre occorre precisare che questo obiettivo ambizioso si è prospettato come concretamente raggiungibile grazie ai supporti informatici di cui oggi disponiamo, alle risorse economiche, alle competenze presenti e diffuse sul territorio, all'impegno della diocesi, al progetto nazionale promosso e guidato dall'Ufficio Nazionale per i beni culturali della Conferenza Episcopale Italiana.
In realtà è doveroso notare che il lavoro di inventariazione appena concluso se da una parte costituisce una autentica novità, dall'altra è ben radicato nella tradizione. La Chiesa infatti non ha mai abbandonato del tutto l'attività di inventariazione trattandosi di un obbligo imposto e precisato dal codice di diritto canonico. Ora l'ha ripreso con nuova lena utilizzando strumenti più sofisticati, adottando standard metodologici scientifici, criteri aggiornati in atteggiamento di consapevole collaborazione con il Ministero per i beni e le attività culturali al quale, come è già stato ricordato, la legge affida il compito della catalogazione dei beni culturali su tutto il territorio nazionale. Anche lo scopo non è mutato rispetto al passato: si realizza l'inventario per assumere non solo a parole e in linea di principio ma in concreto la responsabilità della tutela e della cura di un patrimonio nel quale si esprime la storia, la cultura, l'arte la liturgia di una intera Chiesa nelle sue articolazioni territoriali.
b) I risultati del censimento sono di natura diversa.
Il primo risultato del censimento è il patrimonio di conoscenze consegnato alle schede d'inventario e alle relative fotografie. Si tratta di conoscenze affidate ai testi e alle immagini destinate non ad essere depositate negli archivi ma, grazie alle mille risorse dell'informatica, aperte alla consultazione in primo luogo di chi, a vario titolo, è responsabile dei beni inventariati (parrocchia e diocesi), di enti pubblici e anche di un pubblico molto vario. Grazie all'inventario abbiamo oggi a disposizione una grande massa di informazioni facilmente consultabili nella loro globalità; che riguardano l'intero patrimonio diocesano; che possono essere utilizzate così come sono ma possono essere arricchite, aggiornate, approfondite, periodicamente verificate, incrociate, messe a confronto le une con le altre.
Il secondo risultato dell'attività di inventariazione è la costituzione di un gruppo affiatato di persone competenti - rilevatori, informatici, fotografi, verificatori, coordinatori, consulenti - che fa riferimento all'Ufficio diocesano per i beni culturali. Si tratta di persone che, grazie al lavoro di inventariazione, conoscono il patrimonio culturale delle parrocchie della diocesi in modo molto profondo, direi unico. Si tratta di un gruppo di persone che si conoscono, hanno dimostrato di saper lavorare insieme, sono in grado di offrire un servizio qualificato agli enti ecclesiastici, approfondire e sviluppare il lavoro già svolto, dare vita a iniziative di valorizzazione del patrimonio. Si tratta di un nuovo soggetto operativo che potrà immaginare e promuovere forme nuove di conoscenza, valorizzazione, manutenzione e conservazione del patrimonio culturale al servizio degli enti ecclesiastici, degli enti pubblici, dei privati. Ogni iniziativa in materia di beni culturali ecclesiastici, in futuro, troverà in essi un punto di riferimento necessario sia dal punto di vista istituzionale sia dal punto di vista della competenza reale.
In terzo luogo l'inventariazione ha dato vita a un complesso di conoscenze, di pratiche, di competenze. Il lavoro di inventariazione non è stato né breve né facile. Quando si è iniziato non vi erano precedenti analoghi ai quali guardare. Occorreva dargli forma. Si trattava infatti di imparare una pratica facendola. Ora, a inventario completato, si tratta di riconoscere e non disperdere pratiche e competenze acquisite faticosamente nel tempo.
Concluderei con un quarto punto: il lavoro di inventariazione ha promosso una responsabilità e un compito. Passando in rassegna i frutti dell'inventario non si può tralasciare la riscoperta di una responsabilità relativa al patrimonio culturale da tutelare, conservare, usare, valorizzare, trasmettere. Avvicinando il patrimonio in vista del censimento ci si è resi conto che forse è per la prima volta che in ciascuna parrocchia esso è stato messo in luce globalmente, lo si è fatto emergere nella sua interezza senza distinzioni e ci si è resi conto (si è cominciato a rendersi conto) oltre che della sua estensione, del suo significato e del suo valore, della sua delicatezza e della sua precarietà. Ci si è resi conto che non è opera di questa generazione ma che è una vera e grande eredità creata da altre generazioni e che per la solerzia di altre generazioni ancora è giunta fino a noi. Il patrimonio ci è stato affidato, è affidato alla nostra generazione. Tocca a noi tutelarlo, conservarlo, utilizzarlo in modo idoneo e trasmetterlo alle future generazioni in buone condizioni.
L'inventario, per sua natura, non si può dire concluso. Il punto al quale siamo arrivati è solo un tappa fondamentale che, però, non si può in alcun modo considerare conclusiva. L'inventario, infatti, deve essere aggiornato secondo le indicazioni contenute nel codice di diritto canonico in occasione della visita pastorale del vescovo e della immissione dei nuovi parroci. Inoltre, esso va aggiornato in considerazione di eventi come mostre, restauri, donazioni e sottrazioni. Esso, infine, va integrato in relazione a nuove scoperte: non è certo, infatti, che tutto il patrimonio sia stato portato alla luce in occasione di questa prima generale ricognizione "a tappeto". L'esperienza insegna, infatti, che altri manufatti dispersi o non reperiti potranno essere con il tempo individuati e dovranno a loro volta essere censiti.
Inoltre, occorre tenere presente che ulteriori prospettive di sviluppo si apriranno per l'inventario relativo ai beni mobili grazie alla creazione di altri tre inventari: quello relativo alle biblioteche ecclesiastiche, agli archivi ecclesiastici e a quello delle chiese. I quattro inventari, infatti, sono stati progettati in modo tale da poter essere incrociati e utilizzati in forma integrata; ciò non potrà che facilitare grandemente ogni iniziativa di valorizzazione e in particolare lo studio e la ricerca.
c) Passo ora in rassegna, proponendo qualche semplice esemplificazione, i diversi ambiti della pastorale e della cultura nei quali l'inventario potrà essere validamente utilizzato; cercherò di individuare anche i soggetti che potrebbero assumere tale responsabilità e cogliere le opportunità connesse. Mi limito solo a fornire alcune sommarie indicazioni. Altri utili suggerimenti potranno venire dall'esperienza maturata in altre diocesi della regione Calabria o in diocesi (una settantina, per quanto mi risulta) di altre regioni che hanno già concluso l'inventario e lo stanno utilizzando da tempo.
Un primo modo per valorizzare l'inventario consiste nell'utilizzane le informazioni a vantaggio del patrimonio stesso. La conoscenza del patrimonio culturale, infatti, ne consente e ne facilita la tutela, la conservazione, l'uso corretto e la valorizzazione.
Siamo ora informati su due punti essenziali: dove e come il patrimonio viene attualmente conservato e tutelato. Risulta ora possibile valutare la situazione e, se del caso intervenire, per migliorare la sicurezza e le condizioni fisiche degli ambienti nei quali i diversi manufatti vengono abitualmente collocati.
Grazie all'inventario veniamo anche informati sull'uso o non uso del patrimonio. I questo modo ci è ora possibile valutare se l'uso attuale è appropriato o corretto e se, addirittura, vi siano manufatti da non utilizzare, altri da utilizzare in altro modo e altri eventualmente da utilizzare nell'ambito del culto.
Conosciamo complessivamente lo stato di conservazione del patrimonio. Esistono perciò le condizioni per programmare gli interventi di restauro e, soprattutto , è ora possibile progettare iniziative di manutenzione programmata che, come è noto, prevengono interventi di restauro costosi e comunque dannosi.
Il secondo modo per valorizzare l'inventario consiste nell'utilizzarlo in riferimento ai diversi ambiti di vita delle comunità cristiane a livello parrocchiale, vicariale e diocesano.
La liturgia innanzitutto. La maggior parte dei manufatti documentati dall'inventario appartiene al mondo della liturgia e delle devozioni popolari. Le fotografie e le note descrittive ne parlano in modo analitico; oggi, perciò comprendiamo meglio anche le forme della liturgia e delle devozioni di chi ci ha preceduto. Forse, addirittura, qualche manufatto potrà ritornare in modo vitale, con la debita attenzione, nell'ambito liturgico o devozionale al quale appartiene.
La catechesi. L'inventari fa conoscere molteplici aspetti della vita di fede delle diverse comunità nel corso della sua storia. Per questo motivo potrà essere utilizzato nell'ambito della catechesi, che oggi si giova molto, più che in altri tempi, di immagini e di testimonianze di vita delle comunità locali.
La carità. L'inventario può diventare un utile strumento anche nell'esercizio della carità intesa come rispetto e considerazione per aspetti minori e non attuali della cultura religiosa, per manufatti nei quali non la nostra generazione non si riconosce più o stenta a riconoscersi. Non mi sembra affatto fuori luogo parlare di carità e di profondo rispetto per noi stessi, per chi ci ha preceduto in queste terre, per le generazioni che ci hanno preceduto e verso la nostra storia.
L'evangelizzazione. L'inventario consente di avere sotto gli occhi opere che testimoniano come la fede si è intrecciata nel tempo con le diverse culture ai vari livelli. Questa scoperta può diventare stimolo a procedere nella medesima direzione, a intrecciare anche oggi il Vangelo con le culture del nostro tempo e a coltivare la speranza che i frutti saranno abbondanti.
La comunicazione. La comunicazione ecclesiale avrà modo di arricchirsi e di qualificarsi molto attingendo al ricco patrimonio di immagini e di informazioni contenute nell'inventario.
Le iniziative culturali. L'inventario ci consente di vedere e far vedere agevolmente un patrimonio che era in larga parte nascosto e, in genere, difficilmente visibile o visibile solo agli specialisti. Mette in mostra, facilita la presentazione ordinata e intelligente di un patrimonio altrimenti poco conosciuto. Nello stesso tempo, l'inventario pone interrogativi, suscita interesse, invita a ricercare in molteplici direzioni e da molti punti di vista. Può dare vita a una gamma assai varia e vasta di iniziative culturali.
Credo sia utile indicare anche i diversi soggetti che per parte ecclesiastica possono in forma varie valorizzare l'inventario.
Le parrocchie, in primo luogo. Ad esse è affidata una copia dell'inventario relativo ai beni esistenti sul rispettivo territorio.
I vicariati, che corrispondono a aree territoriali e culturali vaste e omogenee.
La diocesi, soprattutto con i suoi organi e istituzioni: l'ufficio diocesano per i beni culturali, il museo diocesano, la biblioteca e l'archivio diocesano, il seminario, l'Istituto di Scienze Religiose, la Facoltà di Teologia. E' facilmente immaginabile quante iniziative potranno nascere dalla collaborazione di enti così ricchi di competenze.
In collaborazione con gli enti ecclesiastici sono da ricordare anche le istituzioni scolastiche ai vari livelli e gli enti pubblici.
Sarà inoltre il caso di valorizzare l'inventario sia per l'insegnamento, compreso l'insegnamento della religione cattolica e la formazione teologica dei laici e del clero, sia per la ricerca. A questo scopo sarà opportuno far conoscere e mettere a disposizione l'inventario nelle forme più opportune alle scuole e ai centri di ricerca universitari. Penso in particolare alle Scuole d'arte , alle Accademie di Belle Arti, alle Facoltà di Architettura, di Lettere, di beni culturali. L'inventario può diventare un ottimo strumento per la didattica e un utile punto di partenza per tesi di laurea e per la ricerca nelle sue varie forme. In prospettiva, inoltre, l'inventario può consentire la ripresa del dialogo tra Chiesa e mondo dell'arte, dialogo di cui si avverte il bisogno.
L'inventario informatizzato, comunque, per le sue caratteristiche è destinato a diventare uno strumento di lavoro – insegnamento, ricerca, promozione turistica - oltre che in ambito locale anche in ambito nazionale e internazionale.
Per ora l'inventario è consultabile in rete solo in piccola parte e in forma sintetica nel sito dell'Ufficio Nazionale beni culturali ecclesiastici della CEI. Si prevede che nel medesimo sito fra non molto tempo esso potrà essere consultato in tutta la sua estensione, fatte salve le limitazioni richieste da motivi di sicurezza.
L'inventario nella sua globalità rimane conservato presso gli l'Ufficio beni culturali della Curia di Reggio Calabria. In quella sede presso il quale gli studiosi, a precise condizioni, potranno consultarlo nella sua integralità.
Una copia integrale dell'inventario viene inviata all'Ufficio Nazionale beni culturali della CEI ed entra a far parte della banca dati nazionale..
A ogni parrocchia viene rilasciato la parte di inventario di sua pertinenza.
La diocesi consegna alla Soprintendenza competente copia dell'inventario perché lo utilizzi nell'ambito dell'attività istituzionale.
L'Ufficio Nazionale consegna copia integrale all'Istituto Centrale Catalogo e Documentazione e al Comando Tutela Patrimonio Culturale dell'Arma dei Carabinieri.
Le forme di collaborazione tra diocesi e Soprintendenze sono regolamentate dalla Convenzione tra l'ICCD e la CEI 20 luglio 2002.
Per concludere vale la pena di riconoscere il valore complessivo dell'inventario: esso è un nuovo strumento conoscitivo offerto alle diocesi italiane e, per loro tramite alle pubbliche amministrazioni, che consente di qualificare e intensificare la cura per i beni culturali e di avviare, immaginare e ampliare iniziative culturali in ambito ecclesiale e in collaborazione tra enti ecclesiastici, enti pubblici e privati. Non siamo dunque di fronte a una semplice massa ordinata di informazioni ma di un fondamentale strumento di tutela che è anche e nello stesso tempo un originale moltiplicatore di iniziative culturali, nell'ambito del progetto culturale promosso dai vescovi italiani già dal 1995.